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Una candela per sperare ... di GianniGianni, su Flickr

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La vite e i tralci, il lavoro e la libertà

 

Dal Vangelo secondo Giovanni

Gv 15,1-8
Chi rimane in me ed io in lui fa molto frutto.

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Io sono la vite vera e il Padre mio è l’agricoltore. Ogni tralcio che in me non porta frutto, lo taglia, e ogni tralcio che porta frutto, lo pota perché porti più frutto. Voi siete già puri, a causa della parola che vi ho annunciato.
Rimanete in me e io in voi. Come il tralcio non può portare frutto da se stesso se non rimane nella vite, così neanche voi se non rimanete in me. Io sono la vite, voi i tralci. Chi rimane in me, e io in lui, porta molto frutto, perché senza di me non potete far nulla. Chi non rimane in me viene gettato via come il tralcio e secca; poi lo raccolgono, lo gettano nel fuoco e lo bruciano.
Se rimanete in me e le mie parole rimangono in voi, chiedete quello che volete e vi sarà fatto. In questo è glorificato il Padre mio: che portiate molto frutto e diventiate miei discepoli».

Parola del Signore

Su Qumran2.net, tra i tanti splendidi commento i che ci mettono a disposizione ogni domenica, abbiamo trovato le parole del mons. Roberto Brunelli che vi proponiamo quest’oggi.

La scorsa domenica Gesù ha parlato di sé, e del rapporto che propone agli uomini, con un paragone tratto dal mondo pastorale (“Io sono il buon pastore…”). Oggi (vangelo secondo Giovanni 15,1-8) continua, ricorrendo invece al mondo agricolo: “Io sono la vite, voi i tralci…”.

Stupisce sempre la semplicità con cui egli espone concetti sublimi; parla delle più alte realtà riguardanti la vita umana, facendole emergere dall’umile esperienza quotidiana, in ogni ambito: la pesca (“Vi farò pescatori di uomini”, dice ad alcuni, intenti a gettare le reti nel mare di Galilea), gli incidenti che possono occorrere a chi viaggia (parabola del buon samaritano), i campi da coltivare (con la sorpresa di trovare il frumento infestato dalle erbacce), il lavoro delle casalinghe (l’indaffarata Marta, la samaritana al pozzo). E si potrebbe continuare; in ogni caso, par di capire, egli invita a cogliere anche nei gesti più semplici, nelle attività quotidiane spesso considerate banali, noiose, insignificanti, le dinamiche profonde che collegano l’uomo alla natura, nell’attuazione di un piano grandioso che ci trascende ma nel contempo dà senso al nostro operare.

E’ appena trascorso il primo maggio, festa del lavoro, i cui valori tradizionali si sono caricati quest’anno della difficile congiuntura che investe disoccupati, precari, “esodati” e quanti altri hanno un lavoro ma sono a rischio di perderlo. Vogliamo sperare che essi siano al primo posto nell’agenda del governo e di chiunque abbia modo di concorrere a risolvere la loro situazione. Al primo posto: che tutti abbiano un lavoro è decisivo per la pace sociale e per salvaguardare la dignità propria di ogni singolo uomo. Il cristiano poi attribuisce al lavoro ulteriori valenze: con una bene orientata attività egli adempie al divino mandato di continuare, per così dire, l’opera creatrice di Dio; la fatica che il lavoro comporta ha una funzione riparatrice del male di cui ogni uomo è portatore; inoltre, se si pensa che il proprio fare torna anche a vantaggio di altri, in qualche modo si mette in pratica il supremo precetto dell’amore del prossimo.

Tornando ai riferimenti evangelici ricordati, essi danno evidenza al fatto che il lavoro mette l’uomo in rapporto col mondo creato, dal quale però egli si differenzia per un aspetto essenziale: mentre in natura tutto è automatico, spontaneo, istintivo, tutto obbedisce a leggi preordinate, l’uomo vi si raccorda mettendo in gioco la propria intelligenza e la libertà con cui ne usa. “Io sono la vite, voi i tralci. Chi rimane in me, e io in lui, porta molto frutto, perché senza di me non potete far nulla”, dice Gesù (sottintendendo, nulla di buono: purtroppo si vede ogni giorno come l’uomo possa “fare” anche da solo, e quali ne siano i risultati). In natura la vite produce automaticamente i tralci, e se niente o nessuno li spezza essi danno automaticamente i grappoli. Trasferendo il paragone al rapporto tra il cristiano e il suo Signore, ogni automatismo è escluso: perché i tralci restino uniti al tronco occorre un duplice concorso di libera volontà. Ora, mentre è garantita la libera volontà della vite-Cristo di trasmettere ai tralci-uomini la linfa vitale che consente i frutti, non è altrettanto scontata la volontà dei tralci di rimanere uniti alla vite, così portando frutto. Dipende dalla loro libertà, dalla volontà, dalla consapevolezza che altrimenti inaridiscono, Con la conseguenza che lo stesso Gesù subito dopo ricorda: “Chi non rimane in me viene gettato via come il tralcio e secca; poi lo raccolgono, lo gettano nel fuoco e lo bruciano”.

Tutto il paragone si regge dunque sul verbo rimanere: l’infinita bontà di Dio dona all’uomo la possibilità di non sprecare la propria vita in un susseguirsi di giorni insignificanti o, peggio, di opere malvagie, ma di colmarla di senso mettendosi in rapporto con lui, e rimanendo con lui in comunione di fede e di amore.

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